53) Gentile. Educatore ed educando.
Il rapporto fra educatore ed educando deve essere considerato,
secondo Gentile, alla luce del presupposto che l'educazione 
azione spirituale che si risolve tutta nell'atto dell'educare:
dal riconoscimento dell'unicit dello Spirito deriva sul piano
pedagogico il principio dell'unit di educando ed educatore.
G. Gentile, Sommario di pedagogia come scienza filosofica.
Per distinguere che si voglia tra educatore ed educando, ed 
certamente distinzione che non va cancellata, non  necessaria una
grande riflessione per avvedersi chi, parlando con propriet,
l'educatore non  chi si presume capace di educare, ma chi educa;
e che l'educazione intesa non come un'idea astratta, bens come
una realt spirituale,  una sintesi a priori, per adoperare una
concettosa frase che gi conosciamo:  un tale rapporto tra
educatore ed educando (sempre tale educatore e tale educando), che
l'uno non  concepibile senza l'altro. Giangiacomo ed Emilio sono,
indubbiamente, due uomini, che noi possiamo dividere l'uno
dall'altro: ma, dividendoli, prescindiamo di considerare in
Giangiacomo l'educatore di Emilio, e in Emilio l'alunno di
Giangiacomo. Ci che, quando si tratti di un'educazione ideale e
ipotetica, come nell' Emilio, possiamo certamente fare: ma
possiamo farlo quando si tratta dell'educazione reale, che 
quella di cui si vuol sempre parlare? Il padre educatore dei suoi
figliuoli si divide da loro, muore: i figliuoli restano; ma noi
non potremo mai intenderli veramente prescindendo dall'azione che
il padre ebbe sull'animo loro. Il maestro, terminata la sua
lezione, lascia la scuola, si parte dagli scolari, va alle sue
faccende, a' suoi studi: pu anche non avere un pensiero pi per
la sua scuola, prima di tornarvi. Ma che perci? Ei non si pu
dipartire gi dalla sua anima, dalla sua mentalit, dalle sue
disposizioni spirituali, da se stesso, quale s' venuto
conformando nella vita scolastica: poich niente si perde del
nostro passato, e tutto, variamente,  vivo nel nostro presente. E
per altro la vera attualit vivente dell'educazione, a cui si deve
guardare se si vuole intendere i due termini correlativi, non si
pu considerare cos all'ingrosso e dall'estrinseco. Infatti non
ogni padre che ha dato la vita a' suoi figli, e li ha riconosciuti
per Suoi allo stato civile, o li tiene in casa e nutrisce,  il
loro educatore; n ogni maestro che siede sulla cattedra, insegna
L'educatore e tale quando educa e in quanto educa. La sua realt
pertanto, assolutamente, si attua nell'educare effettivo. Che  un
azione spirituale, la quale lega indissolubilmente due spiriti.
Ma con ci ancora non s' detto nulla di veramente chiaro. Che
significa un azione spirituale che lega insieme due spiriti? Due
spiriti, come due, non sono spirito; e come spirito, non sono due,
se e vero quello che si disse della materia e dello spirito. E
allora convien dire che gli spiriti concorrenti nell'atto
dell'educare o non sono spirito, o sono uno spirito unico. Possono
non essere spirito? Se guardiamo l'educare dal lato
dell'educatore, che cosa egli fa, per esempio, insegnando a
parlare, se non parlare egli stesso, e compiere un atto
spirituale? Che se guardiamo dal lato dell'educando, che altro fa
questi imparando a parlare, se non cominciare a parlare, e
compiere anche lui un atto spirituale? E non abbiamo noi
dimostrato che l'uomo, qualunque cosa faccia e per qualunque verso
si consideri,  spirito? cio, si tenga sempre bene a mente,
processo autocreativo? L'educatore educando, si fa educatore: e
questa  opera spirituale; l'educando, profittando
dell'educazione, si fa educando. La spiritualit dei termini
educativi, adunque,  incontestabile; si pu discutere soltanto
della loro dualit.
[...] Il problema si pone quando si siano cancellati da uno
spirito i caratteri della spiritualit, e quello spirito si sia
ridotto a qualche cosa di vagamente intuito materialisticamente:
quando s' detto, noi guardiamo uno spirito dal di fuori, s che
non possa vedersi pi nella sua essenza spirituale; laddove il
problema sparisce, cessando l'apparenza della molteplicit, appena
si entri nello spirito e se ne intenda l'intima natura. Nell'atto
reale della educazione, che ha luogo, poniamo, quando un maestro
spiega una materia d'istruzione a uno scolaro, in guisa che
adempiendosi tutte le condizioni opportune, lo scolaro intenda
perfettamente e segua in tutti i suoi momenti la spiegazione del
maestro, quella base materiale, su cui si appoggia la concezione
dualistica, vien meno.
La dualit, si badi bene, dovrebbe esserci (se ci fosse) non per
un ispettore estraneo al processo educativo, bens pel maestro o
per lo scolaro, per cui il processo ha luogo. Ma il maestro che
parla, non pensa ad altro che a ci di cui parla; e tutto raccolto
in quel pensiero, n pu distrarsi. La scuola, l'ambiente tutto e
lo scolaro non sono pi niente di nuovo per lui, non fermano e non
attirano pi la sua attenzione; egli non se n accorge pi; tutto 
stato assorbito nella sua determinata soggettivit, la cui vita
nuova  invece nell'argomento che gli offre materia alla presente
lezione; come chi  assorto nella lettura dell'Ariosto, non solo
non sente il peso dell'aria che grava su tutta la superficie del
suo corpo, n quello dei panni ond' vestito; non solo si scorda
la fame, la sete, e quanti altri bisogni e guai maggiori pu avere
addosso; ma non vede il libro che gli porge il farmaco salutare,
non ne sente il peso che pur ne regge, non bada ai caratteri,
romani o elzeviri, ond' impresso; volta le pagine
senz'avvedersene;  tutto nel mondo della sua fantasia. E come, se
a un tratto mancasse una pagina al suo volume o una grossa macchia
impedisse il corso della lettura, o un improvviso sbatter d'usci
spezzasse l'incanto, il lettore si ritroverebbe allora col suo
libro in mano e s'avvedrebbe di aver letto quel libro, e di non
essere gi stato nel mondo lieto e meraviglioso della
immaginazione ariostea; cos, se qualche cosa venga a turbare
quella situazione felice in cui il maestro si trova nell'atto
della sua lezione, se una folata di vento dalle aperte finestre
trascini seco a volo le carte d'un tavolino, o se quell'alunno che
se ne stava zitto e intento come bevesse il discorso del maestro
cogli occhi, rompa in uno sguaiato sbadiglio,  ovvio che il
povero maestro sia smontato. La parola gli muore sulle labbra,
perch il pensiero gli si  interrotto a mezzo, perch quella sua
determinata soggettivit s  improvvisamente rimutata di dentro.
Considerazioni uguali si possono ripetere riguardo allo scolaro:
il quale, quanto veramente apprende e freme e vibra nella parola
del maestro, quasi sentendovi dentro suonare una voce che erompe
dall'intimo del suo essere stesso, non guarda gia e non vede gli
occhiali o la barba del suo maestro, e la scranna su cui questi
gli sta innanzi seduto, e non ode nemmeno quella sua parola come
la parola di un altro, ma  tutto nell'argomento della lezione,
tutto il resto rimanendo riassorbito e fuso nella sua determinata
soggettivit. E pur se una mosca venga inopportunamente a rompere
quell'equilibrio psichico su cui si regge l'attualit della sua
attenzione presente, ossia del suo presente apprendere, egli si
distrae; e allora si accorge che il maestro ha continuato a
parlare, ed egli non sa propriamente di che. E' proprio il caso di
dire che quando l'uno dei due s'accorge dell'altro, questo  gi
sparito, perch non  pi quello di cui egli s'accorge: lo scolaro
pel maestro, il maestro per lo scolaro. [...].
Per intendere la vera indole, i bisogni, la vita del suo scolaro,
il maestro non deve fermarsi alla astratta idea che egli sia,
poniamo, uno scolaro di una certa classe, in cui si suppone
l'attitudine a seguire uno svolgimento d'un certo programma:
questo  uno scolaro astratto, che non ha vita, e non pu seguire
nessun programma;  una cosa, creata dal pensiero inconsapevole
della propria natura; non  una persona. N basta che lo guardi in
faccia, m cui pur lampeggia in una luce ad ogni istante nuova
l'interno del fanciullo; ma deve entrare a studiarlo pacatamente
nel suo animo, dove si raccoglie e concentra la vita di quel
fanciullo. E per entrare bisogna che lo segua nel suo processo
spirituale; perch quell'animo non  appunto se non un processo.
Seguirlo, tenergli dietro, senza stancarsi, senza dir mai: - Ho
capito, ormai, te ti conosco. - Che sarebbe certo un sacrifizio
troppo grave pel maestro: ridursi spia fida, continua,
instancabile di ogni individualit commessa alla sua opera
educativa, rinunziando del tutto a ogni slancio spontaneo e
indipendente del suo proprio essere. Ma cessa il sacrifizio e la
rinunzia, se si considera che questo entrare dell'educatore nel
processo spirituale dell'educando non  punto un uscire da se
medesimo, non  come un distaccarsi da s, per aderire a un
processo estraneo, ma  n pi n meno che realizzare il proprio
processo. Realizzarlo, s'intende sempre, nella determinatezza
della propria soggettivit.
E qui  la chiave cos della vita dell'educatore, come
dell'intelligenza di essa. Se tutto  spirito, tutto  spirito in
quanto si fa spirito. Educatore ed educando sono spiriti, ma in
quanto si fanno, nel loro farsi. Rispetto a un momento ulteriore
ogni farsi  qualche cosa di fatto; non  unit ancora, ma
dualit; e in generale, molteplicit. Maestro e scolaro, nel loro
primo incontrarsi, possono, di certo, dissentire e sentire
ciascuno l'altro fuori di s, repellente, chiuso, impenetrabile:
non quale spirito, che, come sappiamo,  assoluta permeabilit e
trasparenza intima, ma quale materia: una cosa e magari un coso.
Ma ancora non sono veri maestro e scolaro; devono farsi; e il loro
essere, nella loro correlazione educativa,  farsi.
Ho detto che ancora non sono veri maestri e scolaro. Ma il vero
maestro, si badi, non  un termine fisso; n il vero scolaro. Non
 possibile additare un punto, oltre il quale si abbia il vero
maestro o il vero scolaro. Il maestro vien diventando sempre pi
vero maestro; e cos lo scolaro. Empiricamente, Si pu dire che il
primo incontro sia gi l'inizio dell'educazione. Perch, sebbene
allora lo scolaro non abbia se non una prima incerta e vaga
immagine o conoscenza dell'aspetto esteriore di chi poi gli verr
aprendo sempre di pi l'anima sua, quell'aspetto gi conosciuto 
esteriore in paragone di ci che ne conoscer pi tardi con la
consuetudine della scuola, ma  gi il principio di quello stesso
processo spirituale, in cui si verr attuando tutto il suo
profitto.
Ma c' veramente un primo incontro dello scolaro col maestro?
[...] Qui ci basti conchiudere, che un atto educativo non e
concepibile se non ad un patto: che cio attraverso di esso si
realizzi l'unit degli spiriti che vi concorrono; e che perci
vero maestro  solo colui che si sente solo nella sua scuola,
risolvendo nella propria l'individualit degli scolari.
G. Gentile, L'attualismo, a cura di G. Brianese, La Nuova Italia,
Firenze, 1995, pagine 85-89.
